Il sistema monetario internazionale contemporaneo è attraversato da dilemmi che non sono incidenti di percorso. Sono conseguenze logiche della sua architettura.
La sua promessa ufficiale è semplice: rendere possibile il commercio mondiale, stabilizzare i pagamenti internazionali e consentire ai paesi di finanziare i propri squilibri. Ma, nella pratica, il sistema produce gerarchie, dipendenze e pressioni permanenti sulla crescita.
Il privilegio della moneta chiave
Il primo dilemma nasce dal fatto che la liquidità internazionale è emessa soprattutto da una valuta nazionale: il dollaro. Questo crea un vantaggio enorme per gli Stati Uniti, che possono finanziare i propri deficit nella moneta che essi stessi emettono.
Gli altri paesi, invece, devono procurarsi dollari per pagare importazioni, debiti esteri, materie prime e riserve. Devono quindi esportare, attirare capitali, comprimere la domanda interna o accettare vincoli che non si applicano con la stessa intensità al centro del sistema.
Questa asimmetria non è solo economica. È geopolitica. La moneta chiave diventa uno strumento di potere, sanzione, influenza e dipendenza.
Il paradosso di Triffin
Il secondo dilemma è noto come paradosso di Triffin. Per fornire liquidità al resto del mondo, il paese emittente della valuta di riserva deve accettare di produrre deficit. Ma più questi deficit crescono, più aumenta il dubbio sulla solidità della valuta che sostiene il sistema.
Il mondo ha bisogno di dollari. Ma l’accumulo di dollari fuori dagli Stati Uniti finisce per minare la fiducia nel dollaro stesso. Il sistema richiede quindi ciò che lo fragilizza.
Il peso dell’aggiustamento
Quando appaiono squilibri internazionali, l’aggiustamento ricade quasi sempre sui paesi debitori. Essi devono ridurre importazioni, comprimere salari, tagliare spesa pubblica, vendere attività o svalutare la propria moneta. I paesi creditori, invece, sono raramente obbligati ad assorbire una parte simmetrica dello squilibrio.
Questo produce una morale contabile falsa: il deficit appare come colpa, il surplus come virtù. Ma in un sistema chiuso a scala mondiale, i surplus degli uni sono i deficit degli altri. La questione non è morale: è sistemica.
La trappola delle riserve
Molti paesi accumulano riserve in valuta estera per proteggersi dalle crisi. Ma questa autoassicurazione ha un costo. Le risorse immobilizzate in riserve non sono investite in sanità, educazione, infrastrutture utili o rigenerazione ecologica.
Inoltre, l’accumulo di riserve rafforza il dominio delle valute di riserva. I paesi periferici cercano sicurezza all’interno dello stesso sistema che li rende vulnerabili.
Il mito di Sisifo monetario
La conseguenza più profonda è ecologica. Per ottenere valuta estera, stabilizzare la bilancia dei pagamenti e restare solvibili, molti paesi sono spinti a esportare di più: materie prime, energia, prodotti agricoli, lavoro a basso costo, servizi turistici, minerali strategici.
Spingono quindi senza sosta il masso della crescita estrattiva, non perché questa crescita migliori sempre la società, ma perché l’architettura monetaria li costringe a farlo.
Il mito di Sisifo diventa monetario: produrre di più per ottenere le valute necessarie alla stabilità, poi scoprire che questa stessa stabilità esige ancora più produzione.
Uscire dal dilemme
Un sistema veramente internazionale dovrebbe ridurre queste asimmetrie invece di organizzarle. Dovrebbe produrre liquidità comune senza dipendere da una potenza nazionale. Dovrebbe impedire che l’aggiustamento ricada sempre sui debitori. Dovrebbe orientare i flussi monetari verso la robustezza sociale ed ecologica, non verso la sola solvibilità finanziaria.
È in questo punto che NEMO IMS propone una rottura: sostituire la gerarchia delle valute chiave con una architettura di riferimento comune, capace di creare liquidità senza debito e di distruggere progressivamente la moneta nelle transazioni secondo criteri sociali ed ecologici.
Jean-Christophe Duval