La finanza verde è diventata uno dei grandi racconti rassicuranti del nostro tempo. Basterebbe orientare i capitali verso investimenti sostenibili, tassonomie verdi, fondi ESG, obbligazioni climatiche e innovazioni pulite per trasformare l’economia senza modificare la sua architettura profonda.
Questo racconto è seducente perché promette una transizione senza conflitto: i mercati resterebbero al centro, il rendimento resterebbe il linguaggio principale e il capitale farebbe finalmente ciò che la politica non riesce più a fare.
Il problema non è il colore del capitale
Il problema è che la finanza non cambia natura perché viene colorata di verde. Se il criterio dominante rimane il ritorno finanziario, saranno finanziate soprattutto le attività verdi che promettono rendimento appropriabile, rapido e misurabile.
Ma molte attività essenziali alla robustezza ecologica non funzionano così. Restaurare un suolo, proteggere una foresta, riparare una falda acquifera, mantenere un servizio pubblico, ridurre una produzione nociva o rilocalizzare un bisogno essenziale non produce sempre un flusso di reddito compatibile con le aspettative della finanza convenzionale.
La trappola dell’ottimizzazione
La finanza verde ottimizza all’interno del sistema esistente. Cerca le opportunità più redditizie dentro i vincoli attuali, ma non cambia necessariamente la direzione generale dei flussi. Può rendere meno sporco un portafoglio senza ridurre la pressione totale sull’energia, sui materiali e sugli ecosistemi.
Una economia può quindi moltiplicare strumenti verdi mentre continua ad aumentare estrazione, logistica, infrastrutture, consumi e debito.
Il greenwashing sistemico
Il greenwashing non è soltanto una menzogna pubblicitaria. È anche una illusione sistemica: credere che una parte verde dell’economia possa compensare la dinamica degenerativa dell’insieme.
Una banca può finanziare energia rinnovabile e, nello stesso tempo, sostenere industrie fossili, agricoltura distruttiva, logistica intensiva e speculazione immobiliare. Il bilancio morale diventa confuso perché l’etichetta verde nasconde la struttura dei flussi.
La questione del volume
Anche quando un investimento è realmente utile, bisogna guardare ai volumi. Una tecnologia più efficiente può ridurre l’impatto per unità prodotta, ma se il numero totale di unità esplode, l’impatto globale può continuare a crescere.
La finanza verde parla spesso di sostituzione, raramente di limite. Preferisce finanziare nuove infrastrutture piuttosto che organizzare la riduzione selettiva di ciò che distrugge.
Una transizione non finanziabile secondo le regole attuali
La vera transizione richiede attività che non sono sempre redditizie: manutenzione, cura, prevenzione, riduzione, riparazione, protezione dei beni comuni. Richiede anche di lasciare alcune risorse nel suolo, chiudere attività, rallentare flussi e accettare minori rendimenti materiali.
Ora, il sistema finanziario convenzionale non è progettato per finanziare l’insufficienza volontaria, la sobrietà, la non-estrazione o la protezione di valori non appropriabili.
Riorientare la moneta, non solo gli investimenti
Per questo Debunk’Onomy insiste sulla questione monetaria. Non basta chiedere alla finanza di essere più verde. Bisogna cambiare le condizioni di creazione, allocazione e distruzione della moneta.
NEMO IMS propone una logica diversa: finanziare ciò che rafforza la robustezza e introdurre un costo monetario crescente per le attività degenerative. Non una finanza verde incollata sopra l’estrattivismo, ma una architettura monetaria che modifichi il metabolismo stesso dell’economia.
Jean-Christophe Duval