Neobanche verdi: il vicolo cieco strutturale della moneta-debito

Le offerte bancarie dette «verdi» possono migliorare la trasparenza, ma restano prese in un’architettura che subordina il finanziamento alla redditività monetaria.

Le neobanche dette «verdi» sono nate da un’intuizione legittima: il risparmio non dovrebbe contribuire a finanziare attività che aggravano il dissesto climatico e la distruzione del vivente. Promettendo maggiore trasparenza, l’esclusione di alcuni settori e il finanziamento di progetti di transizione, hanno reso visibile una domanda a lungo riservata agli specialisti: che cosa fa davvero la banca con il nostro denaro?

Questo contributo è utile. Non va tuttavia confuso con una trasformazione dell’architettura finanziaria. Un’offerta bancaria può selezionare partner, pubblicare una politica di investimento o misurare un’impronta di carbonio. Resta in genere dipendente da un ente creditizio, da un prestatore di pagamento o da un’infrastruttura di regolamento che non controlla interamente.

La questione non è dunque negare l’interesse di queste iniziative, ma precisarne la portata. Possono riorientare alcuni flussi? Sì. Possono, da sole, sganciare la moneta e la finanza dall’economia estrattiva? No. Questo limite porta a interrogare non solo i prodotti bancari, ma anche il regime monetario e contabile in cui si inseriscono.

1. Che cos’è realmente una neobanca verde

Il termine «neobanca» copre realtà giuridiche diverse. Alcune imprese sono enti creditizi; altre sono istituti di pagamento o di moneta elettronica; altre ancora forniscono un’interfaccia commerciale appoggiata a un partner bancario o a un’infrastruttura di Banking-as-a-Service.

Questa distinzione è essenziale. Un istituto di pagamento non dispone degli stessi poteri di una banca. Non crea moneta scritturale concedendo credito e deve proteggere i fondi ricevuti dagli utenti secondo i meccanismi previsti dal diritto applicabile. La segregazione può assumere la forma di un conto separato presso un ente creditizio, di un investimento in attivi sicuri e liquidi o di una garanzia equivalente.

La segregazione è anzitutto una protezione giuridica contro il rischio legato al fallimento di un prestatore. Non significa che il denaro sia collocato in una «riserva ecologica» isolata dal resto del sistema monetario. I fondi possono essere conservati presso un partner bancario, mentre i pagamenti sono regolati tramite infrastrutture comuni.

Un’architettura a strati

Per l’utente l’esperienza è unificata: un’applicazione permette di aprire un conto, ricevere uno stipendio, pagare con carta e talvolta sottoscrivere un prodotto di risparmio. Giuridicamente, però, diverse funzioni possono essere ripartite tra entità differenti. Un marchio progetta l’interfaccia e la relazione commerciale; un prestatore fornisce le carte e i bonifici; una banca assicura la custodia o il regolamento dei fondi; un gestore distinto amministra eventualmente gli investimenti.

Questa organizzazione riduce i costi di ingresso e permette di innovare rapidamente. Rende anche la responsabilità meno leggibile. Quando un’impresa afferma che «il tuo denaro non finanzia i fossili», occorre chiedere quale entità detiene i fondi, sotto quale regime di protezione, in quali attivi sono collocati e quale sia la politica del partner incaricato del regolamento.

La domanda giusta non è solo: «quale progetto è finanziato dal mio deposito?» È anche: «quali relazioni di bilancio, quali garanzie e quali infrastrutture rendono possibile questo servizio?» Questa seconda domanda non squalifica un’offerta bancaria. Impedisce soltanto di confondere una politica di selezione con un’autonomia monetaria.

Occorre inoltre correggere un’idea ormai obsoleta: gli istituti di pagamento non sono assolutamente esclusi da ogni accesso alle infrastrutture di banca centrale. Nell’Eurosistema, alcuni prestatori non bancari possono ora accedere, a determinate condizioni, a sistemi di pagamento come TARGET. La politica di accesso è stata pubblicata nel luglio 2024, attuata con una decisione del gennaio 2025 e poi ritardata: la modifica dell’indirizzo TARGET è stata rinviata nel maggio 2025 per mancato recepimento delle direttive interessate in alcuni Stati membri, ed è entrata in vigore solo in autunno. L’apertura è dunque reale, ma è rimasta teorica per oltre un anno.

Questo accesso riguarda il regolamento delle operazioni e non conferisce a tali prestatori né lo statuto di banca né un potere autonomo di creazione monetaria. I conti di regolamento non vanno confusi con conti destinati ad accogliere senza limite i fondi segregati dei clienti: l’Eurosistema ha esplicitamente rifiutato di offrire conti di segregazione, e i saldi detenuti sui conti di regolamento sono soggetti a massimali.

La dipendenza resta dunque reale, ma va descritta correttamente: è istituzionale, tecnica ed economica, non un’impossibilità giuridica assoluta di accedere a qualsiasi infrastruttura di banca centrale.

2. Il paradosso della destinazione etica

Una neobanca verde può decidere di non finanziare direttamente il carbone, il petrolio o alcune imprese molto emissive. Può anche scegliere un partner più trasparente o finanziare obbligazioni e progetti che rispondono a criteri ambientali. Queste decisioni hanno una portata concreta per gli attivi effettivamente selezionati.

Non bastano tuttavia a rendere stagno l’insieme del sistema. La moneta bancaria circola in una rete di bilanci, di conti di regolamento e di relazioni di credito, e la presenza di fondi segregati presso una banca partner non prova meccanicamente che ogni euro consenta un prestito fossile aggiuntivo: i coefficienti prudenziali, i requisiti di liquidità, la domanda di credito, i fondi propri e le regole di vigilanza intervengono insieme. Mostra invece che la promessa di una separazione completa tra il risparmio dell’utente e l’architettura bancaria convenzionale è difficile da mantenere.

Il «rinverdimento» di un prodotto è dunque un miglioramento situato, non una rottura sistemica. Agisce sulla selezione, sulla trasparenza e talvolta sulla pressione esercitata sugli attori finanziari. Da solo non trasforma le regole di creazione monetaria, di redditività e di responsabilità ecologica.

Fungibilità e limiti della tracciabilità

La fungibilità non significa che ogni deposito finanzi direttamente ogni progetto. Significa che la moneta bancaria non è uno stock di molecole tracciabili: una volta effettuate le scritture, un euro ricevuto da un cliente non conserva un’identità materiale che permetta di seguire ciascuno dei suoi effetti. Una politica di esclusione può quindi essere seria a livello del portafoglio selezionato, pur restando incapace di garantire una separazione assoluta a livello di sistema.

Occorre evitare due errori simmetrici. Il primo consiste nel credere che un’etichetta verde renda automaticamente sostenibile tutta l’economia finanziata. Il secondo consiste nel concludere che nessuna politica bancaria abbia effetto perché la moneta circola in un sistema fungibile. Le decisioni di credito, i mandati di investimento e la scelta dei partner hanno effetti, ma tali effetti sono parziali e vanno misurati con precisione.

Una transizione credibile deve dunque pubblicare non solo la composizione di un portafoglio, ma anche le regole di selezione, gli intermediari utilizzati, le garanzie mobilitate e i limiti di ciò che può essere affermato. La trasparenza vale solo se indica chiaramente ciò che è effettivamente controllato.

Questa prudenza è tanto più importante in quanto la finanza non emette direttamente la maggior parte dei gas serra. Le emissioni sono prodotte da attività reali — estrarre, costruire, trasportare, riscaldare, consumare — mentre le banche e gli intermediari le rendono possibili, le assicurano o le consigliano. La loro responsabilità è indiretta, ma non è nulla. Riguarda in particolare le attività che scelgono di finanziare, le condizioni che impongono e i rischi che accettano di mantenere.

La critica più solida consiste dunque nell’esaminare se una promessa commerciale lasci credere a una separazione che l’architettura contabile non permette di garantire.

3. Il dilemma dell’essenziale insolvibile

Nel sistema contemporaneo, le banche commerciali creano moneta quando concedono un credito: iscrivono un credito all’attivo e un deposito al passivo. Il credito non finanzia dunque anzitutto ciò che è utile; finanzia ciò che appare in grado di rimborsare, entro un termine dato e con un rischio giudicato accettabile.

Ecco il dilemma. Immaginiamo tre attività, non come medie settoriali ma come casi esemplari. La prima ottiene un margine del 5 %: dopo i costi di finanziamento, l’incertezza e le garanzie, può apparire troppo fragile per il prestatore. La seconda ottiene il 15 %: rassicura di più, perché promette un flusso monetario più ampio e più rapido. La terza ripristina un suolo, protegge una falda o cura delle persone: i suoi oneri sono immediati e i suoi ricavi privati sono nulli, poiché i suoi benefici sono collettivi, diffusi e talvolta visibili solo diversi decenni dopo. Nella contabilità privata appare come pura spesa.

Questo contrasto non significa che un margine del 15 % sia necessariamente distruttivo, né che un’attività al 5 % sarebbe necessariamente virtuosa. Rivela un filtro: più un’attività trasforma rapidamente risorse, lavoro o dati in ricavi appropriabili, più diventa facile da finanziare; più mantiene le condizioni della vita senza poterle vendere, più diventa difficile da finanziare. Questo meccanismo è sviluppato in dettaglio in «Che cos’è l’essenziale insolvibile e come finanziarlo?».

L’inquinamento come risparmio di costi

K. William Kapp ha mostrato, in The Social Costs of Private Enterprise (1950), che gli effetti nocivi di una produzione non si riducono alla colpa di un attore isolato: dipendono dall’organizzazione dei diritti, delle responsabilità e delle regole contabili, che autorizzano l’impresa a trasferire parte dei suoi costi a terzi senza registrarli. In questo quadro, le imprese non inquinano generalmente «per piacere»; inquinano perché, a regole invariate, spostare una parte dei costi verso l’aria, l’acqua, i suoli o le generazioni successive è spesso il modo meno costoso di produrre.

Farsi realmente carico di questi costi ecologici cambia il calcolo. Attrezzare uno stabilimento, bonificare, rallentare l’estrazione, usare materiali riparabili o remunerare il tempo di ripristino riduce il margine disponibile se il prezzo di vendita non si muove. Se l’impresa scarica queste spese, il prezzo finale aumenta. La ripartizione esatta tra calo dei margini, aumento dei prezzi e riduzione dei volumi dipende dalla concorrenza, dalla domanda, dagli aiuti pubblici e dalla regolamentazione; ma il principio resta: ciò che era gratuito per il produttore non lo è più.

La società umana non ottiene i comportamenti che spera. Ottiene i comportamenti che le sue istituzioni ricompensano.

Un valore reale che non entra nel prezzo

La bonifica di un fiume può evitare danni futuri, migliorare la salute pubblica e rafforzare la resilienza agricola senza creare un fatturato proporzionale al valore prodotto. Lo stesso vale per la ricerca fondamentale, la cura, la biodiversità o il ripristino dei suoli. Il loro valore è immenso; il loro ricavo privato può essere nullo.

Sono attività essenziali ma insolvibili nel linguaggio del credito. Falliscono non perché non valgano nulla, ma perché i loro benefici non sono né facilmente appropriabili, né rapidamente monetizzabili, né compatibili con il calendario di un rimborso. Farle entrare a forza nel mercato — con una compensazione, un’etichetta o un prezzo artificiale — può aiutare puntualmente, ma non cambia necessariamente il filtro che le esclude.

La moneta-debito non è l’unica causa della distruzione ecologica. Regolamentazione, concorrenza, fiscalità, pubblicità e rapporti di potere contano anch’essi. Ma essa rafforza una gerarchia netta: il rendimento finanziario è contabilizzato immediatamente; la rigenerazione del vivente è spesso trattata come un onere da coprire dopo.

4. I limiti dell’ESG e della finanza incrementale

Le etichette ESG e il regolamento europeo SFDR possono migliorare l’informazione disponibile e imporre obblighi di trasparenza. Non eliminano gli arbitraggi tra rendimento, rischio, liquidità e impatto. Un prodotto classificato «sostenibile» può ancora finanziare un’attività i cui effetti complessivi restano controversi, o trattare solo una parte della sua catena del valore.

L’indirizzamento di capitali verso i settori sobri è inoltre soggetto a un effetto di volume. Un miglioramento dell’efficienza per unità prodotta non garantisce una diminuzione dell’impronta totale se la produzione e il consumo aumentano parallelamente. La finanza verde va dunque valutata non solo per la composizione dei suoi portafogli, ma anche per i volumi fisici, gli usi e le traiettorie materiali che rende possibili. È l’effetto analizzato in «Il paradosso di Jevons: quando l’efficienza accelera la distruzione».

Per questo una politica di transizione non può limitarsi a cambiare il colore degli attivi finanziari. Deve agire sulle regole del credito, sulle garanzie pubbliche, sulle norme contabili, sulla fiscalità, sulle infrastrutture e sulla definizione stessa delle attività considerate prioritarie.

5. Che cosa dovrebbe essere una vera finanza verde

Se il credito è adatto alle attività che producono un reddito di mercato, occorre un altro circuito per quelle che producono un beneficio comune senza reddito privato. Una moneta rigenerativa non cercherebbe di rendere l’essenziale artificialmente redditizio: riconoscerebbe direttamente una prestazione rigenerativa verificata.

La sua emissione non ricompenserebbe dunque una promessa vaga. Interverrebbe dopo risultati definiti in anticipo: ripristino misurato di un suolo, bonifica constatata, protezione effettiva di un habitat, cura o ricerca che risponda a una missione pubblica. La moneta creata finanzierebbe il contributo stesso, anziché un debito contratto nella speranza di renderlo redditizio più tardi.

Emettere, verificare, regolare

Una simile architettura esige una separazione stretta dei poteri. Un’istanza democratica fissa le priorità; una competenza indipendente definisce gli indicatori e certifica i risultati; un’autorità monetaria fissa un tetto di emissione compatibile con le capacità reali; un’istanza di ricorso rende le decisioni contestabili. Nessun organo dovrebbe insieme scegliere i progetti, certificarli e creare la moneta.

Una moneta senza debito non è una moneta senza limite. Ogni emissione accresce il potere d’acquisto. Se supera le risorse, le competenze o le capacità produttive disponibili, può alimentare l’inflazione o spostare le pressioni ecologiche. Servono dunque calendari di versamento, tetti, audit e un meccanismo di riflusso. Questo riflusso non poggia su un rimborso imposto al prestatore: la moneta emessa è ritirata dalla circolazione mediante prelievi vincolati — fiscalità ecologica, canoni d’uso, contributi sulle attività estrattive — e mediante annullamento dell’emissione in caso di frode o di certificazione invalidata. L’equilibrio si regola sul volume totale in circolazione, non sulla solvibilità individuale della prestazione.

Il principio non è sopprimere il mercato. È riconoscere due funzioni diverse: il credito per le attività di mercato capaci di rimborsare; una creazione monetaria regolata per i beni comuni il cui valore non si converte in margine. Voler finanziare la rigenerazione con il solo strumento della redditività equivale a riparare una porcellana con un martello.

6. Ciò che l’utente può realmente esigere

Un cliente che desideri ridurre l’impronta delle proprie finanze dovrebbe chiedere risposte documentate a cinque domande: quale entità detiene il mio denaro? Quale meccanismo protegge i fondi? Chi decide i crediti o gli investimenti? Quale parte dell’impatto annunciato è diretta, indiretta o semplicemente stimata? E quali dati permettono di verificare la promessa?

Il conto corrente resta principalmente uno strumento di pagamento. La scelta di un attore più trasparente può avere un valore politico e contribuire a sostenere un modello economico, ma non sostituisce una decisione sul risparmio di lungo periodo. Per quest’ultimo, i criteri pertinenti sono la destinazione dei prestiti, la composizione dei fondi, le esclusioni, i metodi di analisi e la capacità di pubblicare i risultati — compresi i limiti e i fallimenti.

Questa griglia permette di uscire dal duello sterile tra accusa di greenwashing e difesa pubblicitaria. Un’impresa può produrre un effetto positivo reale pur esagerando la portata del suo conto corrente. Una banca può pubblicare finanziamenti tracciabili pur restando confrontata ai limiti dell’economia generale. L’analisi seria consiste nel misurare separatamente ogni promessa.

Conclusione — dal rinverdimento dei prodotti alla trasformazione delle istituzioni

Le neobanche verdi possono svolgere un ruolo utile: danno agli utenti più informazioni, mettono in concorrenza le pratiche bancarie e rendono visibili i legami tra finanza e distruzione ecologica. La loro azione va tuttavia valutata alla misura di ciò che controllano realmente.

Il cuore del problema non è né l’intenzione di un marchio né la buona volontà dei suoi dirigenti: è istituzionale. Finché l’architettura finanziaria valorizzerà in via prioritaria i flussi monetari rapidi e sottovaluterà la rigenerazione del vivente, l’offerta verde resterà una correzione locale di un sistema la cui logica generale rimane immutata. Il dibattito non riguarda dunque soltanto l’etica di un’impresa o il colore di un portafoglio. Riguarda le istituzioni che decidono ciò che merita di essere finanziato, i valori riconosciuti dalla contabilità e il modo in cui la moneta è creata e distrutta.

La moneta rigenerativa costituisce una pista di rottura: creare un circuito destinato alle attività rigenerative, ancorarlo a risultati ecologici verificabili e frammentarne la governance. Questa proposta deve ancora essere discussa, sperimentata e precisata. Debunk’Onomy la sviluppa sotto il nome di NEMO IMS. Apre una domanda essenziale: come finanziare la riparazione del mondo senza obbligare questa riparazione a produrre prima un rendimento di mercato?

Riferimenti verificati

Sfondo teorico

Le affermazioni commerciali relative a una riduzione quantificata dell’impronta di carbonio non sono accolte senza metodo pubblico, perimetro definito e fonte indipendente. L’articolo non prende di mira alcun istituto: analizza i limiti strutturali del paradigma bancario, monetario e finanziario.

Jean-Christophe Duval

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